Come ho imparato a non preoccuparmi della differenza tra arte e pubblicità.

Siete già stati sul “Floating Piers” al lago d’Iseo? L’installazione più chiacchierata della settimana, pare abbia portato circa 450 mila visitatori nei primi sei giorni di apertura, superando i tre milioni di incassi al giorno.

Nessuna campagna turistica aveva mai riscosso così tanto successo in così poco tempo.

Siamo di fronte ad una forma d’arte contemporanea che, oltre ad offrire un’esperienza di land art, funziona da vero e proprio strumento pubblicitario per incentivare il turismo della zona.

Sulla sinistra Sulzano, sulla destra Monte Isola (AP Photo/Luca Bruno)

 

Pensando a questi numeri e a questi risultati, viene da chiedersi se sia finalmente giunto il momento di eliminare la linea immaginaria che separa l’arte dalla pubblicità.

Si sente spesso che la pubblicità attinge a piene mani dal grande serbatoio artistico. O che le opere d’arte si stiano via via mercificando, piegandosi senza pudore alle regole del marketing. E se quello a cui stiamo assistendo fosse uno scambio paritario e consenziente, nonché inevitabile?

L’arte non può ignorare le logiche dei media e della cultura di massa. Allo stesso modo, la pubblicità aspira all’eccellenza estetica e al godimento contemplativo, senza dimenticare le sue finalità. È così da sempre.

Nel corso dei secoli i grandi capolavori e la pubblicità hanno camminato fianco a fianco, a volte per raggiungere un obiettivo comune, altre volte per sfidarsi e schernirsi. Lo sapevate che i grandiosi affreschi delle ville venete sono veri e propri manifesti di propaganda politica? Che il logo Chupa Chups è stato disegnato da Salvador Dalì? Che Fortunato Depero ha dimostrato l’utilità dell’avanguardia nella vita quotidiana con la realizzazione della bottiglia di Campari? Che uno dei più grandi pezzi di Mario Schifano è il marchio della Esso tradotto su tela?

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Bastano pochi esempi, tratti da un elenco inesauribile, per rendersi conto che indicare chi ha invaso il campo di chi può essere un’azione imbarazzante e inconcludente.

Dopotutto, non abbiamo sprecato già abbastanza tempo a chiederci se è nato prima l’uovo o la gallina?

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